Una delle cose più preziose che ho imparato lavorando a maglia non riguarda i punti.
Riguarda quello che succede quando mi accorgo di aver sbagliato.
Quando si vuole apprendere una nuova tecnica, spesso ci si concentra soprattutto sugli aspetti pratici: capire i movimenti, migliorare la resa dei punti, arrivare al risultato che ci eravamo immaginate.
Anche per me, all’inizio, era così. Quando ho imparato a lavorare a maglia mi interessava soprattutto riuscire a ottenere un lavoro pulito, regolare, il più possibile vicino all’idea che avevo in testa.
Poi, via via che prendevo confidenza con la tecnica, mi sono accorta che la competenza che mi stava trasformando di più era un’altra: il modo in cui mi relazionavo con gli errori.
Spesso si dice “sbagliando s’impara” e per molto tempo ho pensato che significasse semplicemente questo: errore dopo errore impari a non ripetere gli stessi sbagli.
Lavorando a maglia, però, ho capito che non si tratta solo di imparare a evitare l’errore. Si tratta anche di imparare a riconoscerlo, attraversarlo e trovare un modo per continuare.
Quando lavori a maglia e qualcosa non torna
Che tu sia principiante o esperta, prima o poi succede: guardi il tuo lavoro e ti accorgi che qualcosa non torna.
Magari hai sbagliato un punto dieci ferri prima, oppure il progetto non sta venendo come te lo immaginavi. E per un attimo ti senti sopraffatta dalla frustrazione: devi disfare.
All’inizio, quando vedevo un errore nel mio lavoro, mi facevo prendere dalla fretta di risolvere tutto subito. Mi infastidiva così tanto quell’errore che non sopportavo di dover continuare a vederlo. Quindi disfavo e ricominciavo, spesso sbagliando di nuovo.
Con il tempo ho capito che molti errori nel lavoro a maglia non dipendono dal grado di esperienza, ma da qualcosa di molto più semplice: una distrazione, la stanchezza, la fretta, un momento in cui non siamo davvero presenti.
Per questo incaponirsi nel voler correggere subito non è sempre l’idea migliore. A volte la parte più difficile non è capire tecnicamente come sistemare l’errore, ma restare per un momento dentro quella frustrazione senza trasformarla subito in un giudizio su di noi.
Quando l’errore diventa un giudizio su di noi
Da persona profondamente perfettina posso dire che il perfezionismo non è solo il desiderio di fare bene.
A volte diventa una rigidità che ci porta a pensare che, se non riusciamo subito in qualcosa, allora forse non siamo capaci. Che un errore non sia semplicemente un errore, ma la prova che non siamo abbastanza brave, abbastanza precise, abbastanza portate.
In diverse occasioni, nel corso della mia vita, mi sono ritrovata a mollare completamente una tecnica a cui mi stavo dedicando proprio nel momento in cui mi accorgevo di non riuscire a eccellere. Invece di vedere le mie difficoltà come una parte naturale dell’apprendimento, finivo per trasformarle in un giudizio su di me.
Poi ho cominciato a lavorare a maglia.
E lavorare a maglia mi ha messa davanti a due cose apparentemente opposte.
Da una parte, il senso di potere del pensiero: “posso creare qualcosa dal nulla solo con l’abilità delle mie mani”.
Dall’altra, la consapevolezza che sbagliare farà sempre parte del processo. Anche quando diventi più esperta, quando conosci bene la tecnica o hai già realizzato tanti progetti.
Imparare a gestire la frustrazione che arriva quando riconosci un errore nel lavoro che stai creando è un esercizio con cui ti confronti spesso. E, pian piano, quella frustrazione diventa più abitabile.
Non sparisce per magia. Ma smette di essere una prova della tua incapacità, diventa parte del percorso.
Capisci bene quanto possa fare bene una tecnica manuale come la maglia nello sciogliere, punto dopo punto, la rigidità che una persona perfettina può portare con sé nella quotidianità.

Non sempre serve correggere tutto subito
Dato che gli errori nella maglia sono così comuni e spesso legati a stanchezza o distrazione, con il tempo ho imparato a considerarli una parte normale del lavoro.
Ho imparato che il modo migliore per affrontare un errore non è sempre attaccarlo come un’amazzone, disfare tutto e annientarne ogni traccia.
A volte la cosa più utile è prendermi un momento per osservarlo. Accettare che sia lì. Riconoscere che, spesso, quell’errore è anche un messaggio del mio corpo che mi sta dicendo: “è ora di fermarsi”.
Allora chiudo il lavoro e lo lascio da parte. Ci dormo su, aspetto il giorno dopo. Oppure mi faccio un giretto, bevo un tè, faccio passare il tempo necessario per poter tornare su quell’errore con un po’ più di serenità.
Non è che prendendosi del tempo il problema sparisca, ma in quello spazio la frustrazione si abbassa. Lo sguardo cambia, e spesso anche le soluzioni diventano più visibili.
Ogni errore diventa una piccola prova di fiducia
Quando poi torniamo sul lavoro, osserviamo l’errore e troviamo un modo per andare avanti, succede qualcosa di importante: accumuliamo una piccola prova.
La prova che possiamo attraversare la frustrazione senza esserne travolte. Che possiamo sbagliare, fermarci, disfare se necessario e riprendere il lavoro senza perdere fiducia nelle nostre capacità.
Con il tempo questa esperienza si accumula. E inizi a scoprire che la tua mente va meno facilmente nel panico quando qualcosa non funziona come avevi previsto.
Non perché la frustrazione sparisca. La proverai ancora, ma sarà una frustrazione meno assoluta, meno definitiva. Dentro di te inizierà a esserci anche il ricordo di tutte le volte in cui sei riuscita a trovare una soluzione.
E, a un certo punto, ti accorgi che questo modo di stare davanti agli errori non rimane solo tra ferri e filato.
Dai ferri alla vita: quello che impariamo dagli errori
Lavorando a maglia magari non te ne accorgi subito, ma pian piano questa tecnica inizia a cambiarti. Apprendi competenze utilissime quasi senza rendertene conto.
Impari che per affrontare un errore ci vuole coraggio. Perché riconoscere che qualcosa non è andato come volevamo non è sempre semplice. Ci costringe a fermarci, guardare meglio e scegliere cosa fare.
Impari anche che prendersi la responsabilità di un errore è molto diverso dal colpevolizzarsi.
Prendersi la responsabilità significa dire: “questo errore c’è, ora posso capire cosa farne”. Colpevolizzarsi, invece, significa trasformare l’errore in una sentenza su di noi.
Sono due movimenti molto diversi: il primo ci rimette in cammino, il secondo ci blocca.
E forse è proprio per questo che lavorare a maglia può insegnarci così tanto. Perché ci chiede continuamente di osservare, scegliere, disfare se serve e ricominciare con più consapevolezza.
C’è una frase di Loretta Napoleoni, in Sul filo di lana, che mi è rimasta nel cuore:
“Le brave magliaie hanno il coraggio di disfare per rimediare a un grave errore, sanno che è possibile sistemare tutto se si hanno i ferri e il filato in mano, e nel cuore il coraggio di tornare indietro e ricominciare. Chi lavora bene a maglia è saggio.”
- Loretta Napoleoni, Sul filo di lana, Mondadori, 2020
Questa frase mi piace perché non racconta l’errore come qualcosa da cancellare in fretta, ma come un punto da cui si può ripartire. A volte tornare indietro sembra una sconfitta, soprattutto quando abbiamo già dedicato tempo, energie e attenzione a qualcosa. Ma nella maglia, come nella vita, tornare indietro può essere anche un modo per scegliere con più cura come continuare.
Il valore della maglia non sta nella perfezione
Credo che il valore dell’apprendere una tecnica come la maglia vada molto oltre la creazione di lavori perfetti.
Sta anche nello spazio che questa pratica ci offre: uno spazio in cui allenare, con gentilezza, la capacità di restare presenti quando le cose non vanno come avevamo immaginato.
Perché gli errori non ci dicono che non siamo capaci. Non cancellano quello che abbiamo imparato e non rendono inutile il tempo che abbiamo dedicato a un progetto.
Ci ricordano, piuttosto, che ogni lavoro contiene anche gli inciampi, le correzioni, i tentativi e le scelte fatte per continuare.
E forse è proprio questo uno degli insegnamenti più preziosi che possiamo portare con noi, dai ferri alla vita: non tutto deve venire come lo avevamo immaginato per avere valore.