Comunità, slow fashion e autonomia creativa attraverso una pratica antica
In un mondo che produce tutto troppo in fretta scegliere di lavorare a maglia è un modo incredibilmente forte di opporsi alle pretese di velocità e performatività del nostro contemporaneo.
Scegliere di dedicare settimane o mesi alla realizzazione di un capo ci pone naturalmente in contrasto con il modello della fast fashion, che punta alla produzione rapida, al consumo continuo e alla sostituzione costante degli oggetti.
Imparare a lavorare a maglia significa acquisire una competenza concreta che permette di creare, riparare, scegliere in modo più consapevole e dipendere un po' meno da ciò che il mercato decide di offrirci. È un percorso di autonomia creativa che restituisce fiducia nelle proprie capacità.
Proprio per queste ragioni penso che lavorare a maglia sia uno degli atti più rivoluzionari che possiamo scegliere oggi.
La storia del lavoro a maglia: dalle corporazioni medievali alla pratica domestica
La maglia ai ferri ha una storia lunghissima e sembra essere praticata fin dall'antichità. Alcuni reperti rinvenuti nel Medio Oriente e nel bacino del Mediterraneo mostrano tecniche tessili che ricordano da vicino la maglia moderna. Tra questi, le celebri calze egizie conservate al Victoria & Albert Museum di Londra.
Tra il XII e il XV secolo la maglia si diffuse in Europa e divenne una vera professione. Nel Medioevo esistevano corporazioni di magliai, spesso composte da uomini altamente specializzati, mentre nel Rinascimento i capi lavorati a maglia entrarono nella moda delle classi più abbienti.
Con l'industrializzazione e l’invenzione delle macchine da maglia la storia di questa tecnica si è sdoppiata trasformando gradualmente il lavoro a maglia manuale in una pratica associata soprattutto alla sfera domestica e femminile.

Lavoro a maglia e femminismo: perché i lavori manuali sono stati abbandonati e poi riscoperti
Nel decennio del secondo dopoguerra molti giovani iniziano a mettere in dubbio quelle regole sociali che erano state accettate e condivise fino a quel momento. Nasce quella che viene definita la controcultura degli anni ‘60, con movimenti come quello guidato da Martin Luther King Jr. per i diritti civili, le proteste contro la guerra nel Vietnam e la seconda ondata femminista.
Per chi non avesse familiarità con la storia del femminismo, si tende a raccontarla attraverso diverse "ondate", ciascuna caratterizzata da battaglie e rivendicazioni specifiche. Durante la seconda ondata femminista molte donne sentirono la necessità di prendere le distanze dai ruoli tradizionali che erano stati loro assegnati. Le donne che portavano avanti questo movimento avevano bisogno di creare un taglio netto con tutto ciò che era stato loro imposto, come il ruolo di brava casalinga che si prende cura della casa e della famiglia. Di conseguenza furono rinnegate tutte quelle pratiche che dall’inizio del ‘900 erano state affidate alle mani femminili: rammendo, cucito, uncinetto e lavoro a maglia.
Questa necessità di distacco è perfettamente comprensibile. Per liberarsi e scoprirsi in nuove forme è spesso necessario lasciare andare ciò che impedisce di esplorare nuove strade. Allo stesso tempo capisco il ritorno oggi a queste pratiche artigianali.
Le donne che oggi scelgono di recuperare la tecnica della maglia lo fanno con un approccio totalmente diverso da quello delle nostre nonne o bisnonne. La nostra è una scelta consapevole: io scelgo di mettermi a rammendare le mie calze di lana, scelgo di realizzare lentamente un maglione a una persona che amo, non c’è nessuno che me lo impone e non c’è nessuna aspettativa sociale riguardo al mio essere capace di cucire un abito.
Oltre al fatto che grazie alle femministe degli anni ‘70 ora le donne possono scegliere liberamente se imparare o meno la lavorazione ai ferri ci sono stati anche due fondamentali elementi che hanno cambiato il modo in cui si lavora a maglia: Elizabeth Zimmermann e Barbara G. Walker.
Elizabeth Zimmermann e Barbara G. Walker: le pioniere della maglia moderna
Elizabeth Zimmermann era un’europea immigrata negli Stati Uniti e la sua esperienza della maglia era stata influenzata da tecniche e approcci inglesi e tedeschi. La sua missione era di rendere l’approccio alla lavorazione a maglia un’esperienza divertente, non un obbligo o un’attività adatta a persone particolarmente esperte.
Scelse quindi di studiare un metodo di costruzione dei capi a maglia per renderli più semplici e intuitivi da realizzare in modo da permettere a chi lavorasse a maglia di poter creare senza dipendere dalle istruzioni. Decise anche di dare molto più spazio ai ferri circolari (fino a quel momento i capi erano costituiti da pannelli che venivano poi cuciti insieme) per la creazione di maglioni senza cuciture.
E mentre Elizabeth Zimmermann sperimentava e si confrontava con la sua amica, Barbara G. Walker recuperò la tecnica del top-down (la creazione di un maglione partendo dal collo) e la diffuse come tecnica ideale per la creazione di capi seamless (senza cuciture).
Entrambe pubblicarono tantissimi libri, Walker dedicò molte pubblicazioni alla creazione di un’enciclopedia dei punti mentre Zimmermann pubblicò innumerevoli modelli, molti dei quali continuano ad essere realizzati oggi.
Nel corso degli anni sono riuscite a far arrivare la loro filosofia a tantissime donne e uomini che hanno imparato a lavorare a maglia con passione e, alcune/i di loro a creare dei business di successo intorno a questa tecnica.
Come Ravelry e internet hanno trasformato la comunità del lavoro a maglia
Per molto tempo il lavoro a maglia è stato descritto come un'attività solitaria e domestica. In realtà, la sua storia è profondamente collettiva. Dalle corporazioni medievali ai gruppi di maglia contemporanei, questa pratica ha sempre creato connessioni tra le persone.
Con la creazione di Ravelry nel 2007 un nuovo mondo è nato per tutti coloro che si definiscono knitters (chi lavora a maglia).
Per chi non lo conoscesse, Ravelry è una piattaforma creata da e per knitters e ospita una libreria immensa di modelli di maglia e uncinetto, ha un blog in cui potersi confrontare su modelli e tecniche ed è uno spazio meraviglioso per conoscere persone che condividono la passione per la maglia di tutto il mondo.
Dagli anni 2000, anche grazie all’avvento dei social, infatti è diventata sempre più forte la comunità internazionale che gira intorno a questa tecnica, lavorare a maglia è qualcosa che puoi scegliere di fare in autonomia ma se desideri uno scambio, un aiuto o anche solo qualcuno con cui condividere il tempo mentre si lavora a maglia non troverai difficoltà a scoprire la generosità della comunità di knitters.
Se la conoscenza di persone online sembra un po’ difficile da affrontare basterà andare nel negozio di filati più vicino e sicuramente troverai altre/i appassionate/i pronte ad accoglierti. Proprio per questo soffro per la chiusura continua dei nostri amati negozi di filati.
Ogni volta che chiude un negozio di filati perdiamo qualcosa di più di un'attività commerciale. Perdiamo un luogo d'incontro, uno spazio di trasmissione del sapere e un presidio culturale che tiene viva una tradizione antica.

Perché oggi imparare a lavorare a maglia è un atto rivoluzionario
Se non bastasse la forza del crearsi di una comunità al di là di ogni confine geografico in un momento storico in cui l’individualismo trionfa in ogni aspetto politico e sociale si aggiunge la forza dell’atto del creare con le proprie mani. In questo momento in cui la maggior parte dei nostri indumenti è fatta con materiali sintetici e scadenti, creata in surplus con sfruttamento di manodopera e risorse, scegliere consapevolmente di dedicare mesi nel realizzare un maglione con filati naturali è un fortissimo atto di ribellione al consumismo imperante.
Saper creare con le nostre mani ci restituisce una maggiore autonomia rispetto alle dinamiche del consumo prima di tutto perché, avendo creato noi quel capo, ne conosciamo benissimo il valore. È difficile che il maglione creato dalle nostre mani finisca in discarica perché piuttosto che buttarlo via una/un knitter lo disferà per riutilizzarne il filato.
Decidere di creare un maglione, per cui sai che dovrai dedicare un certo numero di ore nella realizzazione, ti spinge anche a fare una scelta attenta al materiale. Non sceglierai il filato più economico, ma un filato naturale di qualità che abbia una buona consistenza, una buona resa e una resistenza all’usura incomparabile a quello che viene impiegato nella realizzazione dei maglioni di un qualsiasi negozio di fast fashion dove l’obiettivo è avere più margine possibile di guadagno.
Oltre al fatto che, quando inizi a sapere come sono i maglioni di vera lana difficilmente tornerai ad acquistare quelli in acrilico.
Quando hai dedicato decine di ore alla realizzazione di un capo, il tuo rapporto con quell'oggetto cambia profondamente. Non è più un prodotto usa e getta ma qualcosa che custodisce tempo, competenze e ricordi. Per questo il rammendo diventa una naturale estensione del lavoro a maglia.
Oltre alla bellezza di scoprire tutte le possibili tecniche di rammendo, alcune delle quali sono più che altro tecniche di ricamo (amo il rammendo visibile), rammendare i propri capi significa slegarsi di nuovo dalla mania del consumismo per cui appena qualcosa si rovina viene scartato “perchè costa di meno comprarlo nuovo”.
In diversi momenti della nostra storia recente la maglia è stata anche usata come uno strumento politico e di protesta. Lo yarn bombing o l’urban knitting ne sono un esempio meraviglioso: pratiche collettive che portano il lavoro a maglia fuori dallo spazio domestico e lo trasformano in un gesto pubblico, capace di attirare l'attenzione su temi ambientali, sociali e politici.
Non sorprende quindi che molte persone oggi vedano nella maglia qualcosa di più di una semplice attività creativa. Lavorare a maglia può diventare uno strumento di espressione, di appartenenza e persino di attivismo.
“Il lavoro a maglia è stato per molto tempo rigettato dal femminismo e classificato come una delle tante attività simbolo della sottomissione della donna, oggi invece le giovani attiviste di tutto il mondo hanno deciso che quell’attività, come molte altre cose, può essere oggetto di una riappropriazione consapevole e diventare addirittura simbolo di militanza. (..) scegliendo di farne un momento pubblico, politico, di confronto comunitario.”
- Rosella Scalone, “Sul filo di lana: il lavoro a maglia come strumento di lotta femminista”
Ho trovato questa riflessione molto interessante perchè condivido pienamente questa spinta di riappropriazione e trasformazione del modo in cui si approccia la tecnica dei ferri.

Trame di Gea: imparare a lavorare a maglia per diventare autonome
Credo fortemente nel potere che hanno le nostre scelte e le nostre azioni e quella di apprendere la tecnica artigianale della maglia permette di riscoprire un potenziale unico.
Recuperando una tecnica antica e fondante della nostra cultura portiamo con noi uno strumento che oltre a offrirci conforto nei momenti di difficoltà ci riempie di potere e ci permette di autodeterminarci in questa società che ci vuole dipendenti dalle dinamiche consumistiche.
Per questo credo che lavorare a maglia sia molto più di un passatempo. È una pratica che ci insegna la pazienza in un mondo che corre, l'autonomia in una società che ci vuole consumatrici/tori e la collaborazione in un tempo dominato dall'individualismo.
Imparare a lavorare a maglia significa recuperare una competenza antica e trasformarla in uno strumento moderno di libertà.
L’importanza di offrire uno strumento come quello del saper creare con le proprie mani è il motivo per cui ho deciso di aprire Trame di Gea. La mia missione è condividere le mie conoscenze sulla maglia con tutte le persone che sentono il richiamo di questa tecnica. Credo fermamente nel fatto che il nostro potere come individui stia nel trovare persone affini che ci sostengano e condividano il nostro modo di vivere e pensare scegliendo di investire il nostro tempo e il nostro denaro in qualcosa di valore.
Quindi, se questo racconto ti ha infiammato e vuoi entrare a far parte di questa rivoluzione, ti invito a iscriverti alla newsletter per non rischiare di perderti nessuna novità del mondo di Trame di Gea.
Per concludere ti consiglio una lettura che mi ha riempito di entusiasmo quando stavo preparando questo articolo: Sul filo di lana di Loretta Napoleoni, un libro che sembra parlare solo di maglia, ma offre riflessioni interessanti di sociologia e politica oltre ad accompagnare in un viaggio alla scoperta di sé, dei propri limiti e delle proprie risorse.
Credo che imparare a lavorare a maglia significhi molto più che imparare una tecnica. Significa recuperare fiducia nelle proprie capacità, creare legami con persone che condividono i nostri valori e riscoprire il potere che nasce dal saper fare.
È un sapere antico che continua a parlarci perché risponde a bisogni profondamente contemporanei: autonomia, comunità e senso di appartenenza.
La maglia non è un hobby. È una competenza che ti rende libera.