La creatività non è un talento: è una pratica che si coltiva

Quaderno, filati e strumenti creativi su un tavolo, simbolo della creatività come pratica quotidiana

Il mito del “non sono portata”

“Io non sono portata.”
È una frase che sento spesso quando si parla di creatività. Come se creare fosse qualcosa che riguarda solo alcune persone: artiste, designer, persone geniali o particolarmente ispirate.

Per molto tempo la creatività ci è stata raccontata come un talento. Qualcosa con cui nasci oppure no. Ma credo che questa idea sia pericolosa, perché spinge molte persone a non mettersi nemmeno alla prova.

Se pensi di non essere creativa, è facile che tu smetta di provare prima ancora di iniziare.

E invece la creatività, come la maglia, cresce facendo. Si allena attraverso tentativi, errori, ripetizioni, osservazione e curiosità.

Più eserciti la tua capacità di creare, più diventa facile rimetterla in movimento.

Perché la creatività non coincide sempre con l’idea brillante, il progetto originale o l’intuizione improvvisa. Spesso è qualcosa di molto più quotidiano: trovare un modo diverso per usare un materiale, modificare un progetto, accostare colori, risolvere un problema con quello che hai a disposizione.

 

La creatività non è un talento, ma una pratica

Pensare alla creatività come a una pratica non significa credere di dover creare sempre, anzi.
Credo che uno dei fraintendimenti più grandi sulla creatività sia proprio questo: immaginarla come un obbligo di produzione continua. Idee nuove, progetti originali, intuizioni brillanti, qualcosa da mostrare, qualcosa da finire, qualcosa che dimostri che siamo davvero creative.

Ma per me la creatività non funziona così.
Non è solo il momento in cui realizzi qualcosa. È anche tutto quello che viene prima: ciò che osservi, ciò che raccogli, ciò che ti colpisce e ciò che lasci sedimentare. È il modo in cui metti insieme immagini, materiali, parole, colori, sensazioni e ricordi, anche quando ancora non sai bene che forma prenderanno.

Essere creativa, quindi, non significa avere sempre idee nuove, significa imparare a creare le condizioni perché qualcosa possa emergere.

In questo la maglia è una maestra molto concreta. Nessuna nasce sapendo lavorare a maglia. All’inizio i movimenti sembrano strani, i punti nascono irregolari, le mani sono impacciate. Poi provando e riprovando, attraversando gli errori e ripetendo i gesti, piano piano qualcosa diventa più familiare. Il gesto si fa più sicuro, inizi a capire come si comporta il filato, come cambia il lavoro se modifichi la tensione, come un piccolo dettaglio può trasformare il risultato finale.

La creatività funziona in modo simile.
Più ti permetti di creare, anche in modo imperfetto, più diventa naturale riconoscere collegamenti, immaginare possibilità, trovare soluzioni. Non perché all’improvviso diventi una persona “geniale”, ma perché stai esercitando una capacità.

La pratica crea familiarità. E la familiarità, con il tempo, crea fiducia: non solo nel ripetere ciò che hai già imparato, ma anche nel provare qualcosa di nuovo.

Per questo non credo che la creatività sia qualcosa da dimostrare. È qualcosa a cui tornare. Un modo di stare dentro il processo, senza pretendere che ogni cosa debba nascere già chiara, originale o compiuta.

 

Cosa fare quando non viene in mente niente

A volte mi capita di sentirmi senza idee, svuotata e poco reattiva.

Per molto tempo, in quei momenti, la mia prima reazione era sforzarmi di più. Cercare un’idea a tutti i costi, impuntarmi e pretendere di rimettermi subito in moto.

Con il tempo però ho imparato che non funziona quasi mai.

Quando non mi viene in mente niente di mio, spesso significa che ho bisogno di nutrire la mente, cambiare aria e creare un po’ di spazio.

Per quanto caratterialmente io tenda a essere molto metodica e determinata, ho imparato che molti blocchi non si risolvono forzando. Spesso dipendono da stanchezza, saturazione o stagnazione e in quei momenti impuntarsi non porta molto lontano, aumenta solo la frustrazione.

A volte la creatività non ha bisogno di più sforzo. Ha bisogno di qualcosa che la nutra e di un piccolo movimento che la rimetta in circolo.

 

Nutrire la mente e l’immaginario

La mia immaginazione è profondamente visiva. Quando rifletto, spesso lo faccio per immagini e narrazione. Per questo, quando sento di aver bisogno di nutrimento, cerco voci, storie e immagini che risuonino con il mio immaginario.

Tutto ciò che è fiabesco, per esempio, risveglia una parte molto antica della mia creatività. Mi riporta alla mia immaginazione infantile, a quando i racconti delle fate facevano parte del mio quotidiano e il confine tra realtà e fantasia sembrava molto più sottile.

Quando sento il bisogno di riattivare quella parte di me, spesso torno a Il racconto dei racconti. È un film tratto da tre fiabe della raccolta di Basile, pieno di simboli, inquietudini e trasformazioni. Non lo guardo per cercare un’idea precisa, ma perché mi aiuta a rientrare in un immaginario fatto di immagini potenti.

Poi ci sono le storie di autodeterminazione e di forza. Quelle mi infuocano, mi fanno tornare la voglia di fare, di scrivere e di parlare. Frida e Piccole donne (nella versione di Greta Gerwig) sono film a cui torno quando sento di aver bisogno di ritrovare il mio fuoco.

Anche leggere, per me, ha questa funzione. Ci sono voci che risuonano profondamente con la mia e riattivano il dialogo interiore quando mi sento più scarica. Elena Ferrante, Goliarda Sapienza e Simone de Beauvoir sono tra quelle a cui torno più spesso.

A volte rileggo libri che ho già amato proprio per ritrovare una sensazione che conosco. Non perché voglia ripetere sempre le stesse cose, ma perché so che in quelle parole esiste ancora qualcosa capace di rimettermi in movimento.

Non credo che esista una ricetta valida per tutte. I miei rituali li ho scoperti sperimentando, lasciandomi il tempo di capire quali immagini, storie e luoghi riuscissero davvero a nutrirmi.

Libri e oggetti ispirativi usati per nutrire l’immaginario e ritrovare creatività.

Fare spazio alla creatività

Altre volte, però, sento che restare nella mente non basta.

Ci sono momenti in cui non ho bisogno di aggiungere altre immagini, altre parole, altri stimoli. Ho bisogno di fare spazio.

Spazio tra me e la cosa che sto cercando di creare. Spazio tra l’idea che non arriva e la pressione di doverla trovare subito. Spazio tra il desiderio di fare qualcosa di bello e la paura che non venga come vorrei.

Per me fare spazio significa allentare la presa, almeno per un po’.

Allora esco, cammino, cerco un bosco, magari un sentiero vicino a un torrente. Il movimento, l’aria, il suono dell’acqua aiutano i pensieri a sciogliersi e a riprendere il loro corso.

Non sempre la creatività ha bisogno di più sforzo. A volte ha bisogno di un vuoto abbastanza ampio da permettere a qualcosa di tornare a muoversi.

E non è un vuoto sterile. È più simile a un terreno lasciato a riposare. Sembra fermo, ma sotto la superficie qualcosa continua a lavorare.

 

Raccogliere idee e rimettersi in moto

Quando qualcosa ricomincia a muoversi, per me è importante raccoglierlo.

Non aspetto che un’idea sia già chiara, completa o immediatamente utilizzabile. A volte quello che arriva è solo una frase. Un’immagine. Un accostamento di colori. Una parola che continua a tornarmi in mente.

Prendo un quaderno e inizio a scrivere ciò che mi passa per la mente in quel momento, senza giudizio o aspettative.
Scrivere mi aiuta a rimettermi in moto, ma serve anche a prendermi cura di quello che arriva prima che abbia una forma precisa.

I miei quaderni sono pieni di appunti sparsi: frasi, intuizioni, immagini, liste, domande, piccoli inizi che magari sul momento sembravano inutili e che invece, riflettendoci dopo settimane o mesi, tornano ad accendersi.

Questa cosa mi ricorda che spesso le idee non nascono dal nulla. Ritornano, si trasformano, aspettano il momento giusto. A volte hanno solo bisogno di essere custodite abbastanza a lungo da trovare una forma.

Per questo rileggere quello che ho scritto in passato è una parte importante del mio processo creativo. Mi permette di ritrovare fili che avevo lasciato sospesi, immagini che continuano a parlarmi, intuizioni che non ero ancora pronta a sviluppare.

A volte uso anche i tarocchi di Marsiglia, non perché mi aspetti che decidano al posto mio o che mi diano una risposta definitiva, ma perché mi aiutano a fare domande diverse. Una carta, un simbolo, una parola possono diventare un piccolo innesco. Non mi dicono cosa devo fare, ma mi aiutano a guardare da un’altra angolazione un pensiero che si era bloccato sempre nello stesso punto.

In quei momenti mi chiedo: quale immagine mi sta chiamando? Cosa vorrei davvero fare ora? Sono soddisfatta delle mie scelte? Cosa vorrei fare diversamente?

Non sempre serve trovare subito una grande idea. A volte basta raccogliere un frammento, seguirlo con attenzione e vedere dove ci porta.

Quaderno con appunti creativi e tarocchi di Marsiglia usati come strumenti di osservazione.

Creare per diventare creative

La creatività non riguarda solo il disegnare, lo scrivere o l’inventare qualcosa da zero. È anche scegliere un colore, accostare materiali diversi, modificare un modello, scegliere una strada diversa o trovare una soluzione quando qualcosa non torna.

Ogni volta che scegli un filato, cambi un dettaglio o trovi un modo per adattare un progetto a ciò che desideri, stai esercitando la tua capacità creativa.

Anche se non ti sembra perché stai seguendo un modello. Anche se quello che stai facendo non ti sembra abbastanza originale.

Nella maglia succede spesso così. All’inizio segui le istruzioni, conti i punti, cerchi di capire dove mettere le mani e come ottenere un risultato simile a quello che è indicato nel modello che hai scelto di realizzare.

Poi, piano piano, qualcosa cambia. Inizi a riconoscere cosa ti piace, a scegliere con più consapevolezza.
Inizi a modificare piccoli dettagli, a immaginare come potrebbe essere lo stesso progetto con un filato diverso, un colore diverso o una forma diversa.

Per questo non credo che serva aspettare di sentirsi creative per iniziare a creare. Spesso succede il contrario: è creando, provando, sbagliando e tornando al processo che iniziamo a riconoscerci come persone creative.

La creatività non è un talento da dimostrare. È una pratica a cui tornare.